46 min circa
Pieve di Serravalle
Viazzano
Pieve di Fornovo
Ozzano Taro
Pieve di Collecchio
Nella pianura del parmense convivono due realtà diverse ma ugualmente radicate nel territorio: da un lato gli alberi monumentali, antichi e possenti, che si ergono come simboli della connessione con la terra e come testimoni silenziosi del tempo. Dall’altro le pievi secolari, radicate nella storia e nella fede dell’uomo. Questo incontro tra natura e sacralità crea un contrasto affascinante: gli alberi con la loro vitalità e il loro continuo rinnovarsi, le pievi con la loro immobilità e il loro richiamo artistico.
Questo itinerario invita a osservare, respirare, a trovare un equilibrio tra questi due mondi apparentemente distanti, eppure profondamente legati da un senso comune di memoria ed appartenenza al territorio.
L’itinerario prende vita dalla Pieve di Serravalle dedicata a San Lorenzo, che con il suo particolare battistero scorge il panorama lungo parte del Fiume Ceno. Documentata fin dal 1005, è una delle più antiche pievi del parmense, nonché la sola ad avere un edificio apposito per la celebrazione del battesimo. La chiesa, demolita da un terremoto, è stata ricostruita completamente nel XIV secolo e rimaneggiata tra il 1796 e il 1927. L’elemento di maggior interesse del complesso è il battistero, risalente al X-XI secolo, con una caratteristica pianta ottagonale simbolo del passaggio dalla vita terrena a quella ultraterrena, secondo la tradizione di Sant’Ambrogio. La struttura in pietra squadrata conserva gran parte del materiale originale, con una copertura restaurata. All’interno si trovano decorazioni sobrie, tra cui capitelli con simboli legati agli evangelisti, e un altare con sostegni di epoca longobarda, decorati da eleganti motivi vegetali.
Proseguendo il percorso, si inizia l’alternanza con la natura incontrando il primo albero monumentale. Siamo a Viazzano, alle pendici del Castello di Roccalanzona, antico maniero legato alla storia gloriosa della nobile famiglia Rossi che seppe resistere a diversi assedi alla fine del 1400 esercitati dagli Sforza. Oggi ne restano solo poche rovine a ricordare gli antichi fasti e poco lontano un olivo dalle dimensioni davvero uniche, il più grande di tutta la provincia: il suo nome è il Re Autoctono. La proprietaria ricorda che il padre, agli inizi del ‘900, raccoglieva le olive e, riempiti dei sacchi, li portava in treno fino a Pontremoli per essere franti in un frantoio ottenendo l’olio. Gelò l’ultima volta nel gennaio del 1985, ma la pianta non si arrese e riemise nuovi tronchi, formando quindi da zero una nuova chioma. Durante quell’inverno, l’abbondante nevicata ne sradicò un altro identico a fianco, che ora purtroppo non c’è più. Da analisi genetiche la varietà sembra essere distinta da altre varietà italiane, anche se simile alla toscana Frantoio. Questo lascia ipotizzare che fu importata proprio da quelle terre, ma che ha saputo, in tutti questi anni, trovare una sua identità nel nostro territorio.
La terza tappa incontra il significativo luogo di fede della Pieve di Fornovo, dedicata a Santa Maria Assunta e citata nell’854, rendendola tra le più antiche della diocesi di Parma. Edificata nell’XI secolo con una struttura a tre navate e tre absidi, fu ampliata per accogliere i pellegrini, integrando un portico frontale. Nel Settecento fu ristrutturata secondo il gusto dell’epoca, ma i restauri del XX secolo ne hanno ripristinato l’identità romanica. Della facciata originale è perfettamente conservata con il portale e alcune sculture, tra cui i telamoni e una lastra con i dannati dell’inferno, provenienti dal pulpito smembrato. All’interno, il paliotto d’altare custodisce la lastra delle storie di Santa Margherita, che narra il martirio della santa con straordinaria intensità.
Il secondo albero monumentale è il protagonista della quarta tappa a Ozzano Taro, frazione di Collecchio. Su una dolce collina, a pochi metri dalla statale che da Collecchio porta a Fornovo, si contano oltre dieci olivi secolari e due cipressi. Di questi ultimi, uno, alto come un palazzo di dieci piani, colpisce per la sua maestosità e per il suo particolare nome: Uno Scorcio di Toscana. Verso la fine del ‘700, un tragico fatto di sangue si lega a questa pianta: pare che uno degli allora proprietari avesse ucciso il fratello, e per sfuggire all’arresto e alla conseguente pena capitale si sia nascosto per un mese sul cipresso, rifornito durante le ore notturna da una fida domestica. L’albero, come tutto il parco e la villa, si sono conservati intatti fino ai giorni nostri grazie all’amore per il luogo di Giuseppe Torracca, e oggi della sua famiglia.
L’itinerario tra fede e natura si chiude entrando in un elegante edificio storico: la Pieve di Collecchio, dedicata a San Prospero. Essa, citata nel 1230, ha origini che risalgono alla fine dell’XI secolo e fu ampliata nel XIII secolo con una struttura a tre navate e una torre campanaria quadrangolare. Ha subito varie modifiche nei secoli, tra cui la ricostruzione della facciata e la costruzione di una nuova torre nel 1922. All’interno conserva dei capitelli romanici scolpiti con figure simboliche, una vasca battesimale del XII secolo e una lastra raffigurante il Battesimo di Gesù, ispirata a modelli bizantini e in cui spiccano il Battista e lo Spirito Santo sottoforma di colomba.
CONSIGLI
L’itinerario è facilmente percorribile in automobile, ma anche in bicicletta (1,54h) per chi volesse approfittare e godere della quiete che si respira lungo la pianura parmense.
Per chi volesse integrare il percorso con altri monumenti storici, lungo la strada è possibile incontrare il Castello di Roccalanzona e il Castello Pallavicino a Varano de’ Melegari.
Indossa vestiti comodi, un cappello d’estate in caso di temperature elevate, porta con te un rifornimento d’acqua ed, eventualmente, pranzo al sacco.
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