1,58 h circa
Noceto
Lesignano de’ Bagni
Neviano degli Arduini
Tizzano Val Parma
Nel cuore del parmense, tra colline e pianure, si ergono maestosi testimoni di storie dimenticate e di segreti della natura. Alberi monumentali che rappresentano molto più di semplici piante secolari: sono guardiani silenziosi del territorio, simboli di protezione intrecciati grazie alla loro lunga memoria. Ognuno di loro conserva in sé un frammento diverso di storia, delle radici che affondano in epoche passate e che continuano a raccontare il susseguirsi del tempo.
Questo itinerario disegna un percorso unico, dove la natura incontra l’uomo e il tempo sembra rallentare. Ogni albero di questo percorso, infatti, possiede una leggenda, uno storico scorcio del tempo passato: dalla protezione di vite umane ad antichi ricordi della quotidianità.
Il percorso ha inizio dal comune di Noceto, dove si trova il grande Rifugio Antiaereo, il più grande gelso censito a Parma nonché vero e proprio esempio di eroe: durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati hanno ripetutamente bombardato la provincia parmense, alla ricerca di bersagli strategici: uno di questi era la polveriera di Noceto. La mira, però, non era sempre perfetta e il rischio di colpire i dintorni era alto. Durante una di quelle incursioni, una bimba che abitava a Costamezzana di nome Iris Malanca, assieme alla sorella, venne sbalzata dall’onda d’urto di una bomba nella cavità del gelso, salvandola da una rovinosa caduta nella riva retrostante. Questa bimba oggi è una signora che può raccontare questa avventura indelebilmente segnata nella sua memoria. Una pianta già grande allora ci fa pensare che possa avere ben oltre il secolo di vita. In realtà sono due, gemelle, anche se una un poco più piccola dell’altra.
Proseguendo, la tappa successiva è rappresentata dal cosiddetto Anziano del Parco, anch’esso a Noceto. In particolare, questo pioppo nero governa il bellissimo Parco della Zanfurlina nei pressi del Ponte della Navetta o Ponte Sadino, antico manufatto dalla pregevole identità storica che sovrappassa il Rio Recchio a servizio del canale consorziale Canaletto della Bassa. Il monumento è provvisto di due paratoie ed è composto da quattro arcate a vista più una sepolta, per una lunghezza complessiva di 48 metri. Proprio il ponte, recentemente restaurato, ha favorito la nascita e lo sviluppo di questa pianta, che con l’acqua va particolarmente d’accordo. Il pioppo, come il salice, predilige zone umide: dove si vedono prosperare questi alberi, vuol dire senza dubbio che il terreno è ricco di acqua.
La terza tappa di questo percorso è a Lesignano de’ Bagni, cittadina parmense governata da un albero monumentale dal nome particolare: il Fichissimo. In mezzo ad un prato coltivato appena al di sotto dell’abbazia millenaria di San Michele Cavana, appare una macchia verde di 300mq ed alta 6 metri. Si tratta di una sola pianta che, verso la fine di agosto, produce fichi dal gusto sensazionale. È senza dubbio il fico più grande della provincia di Parma, anche se non il più vecchio. Quando si prova ad infilarvisi dentro, una serie di tronchi piccoli e grossi si intrecciano tra loro come in una ragnatela, rendendolo impenetrabile. Si trova a ridosso dell’antica chiesa romanica risalente al XII secolo, che sorge sulla Via dei Linari, antica strada che da Parma raggiungeva la Toscana attraverso il Passo del Lagastrello. Era un importante luogo di sosta per viaggiatori e pellegrini, che vi trovavano riparo, ristoro e luogo di preghiera. Il fico simboleggia fertilità, benessere e salvezza: è infatti su un ramo di fico che la cesta portata da Romolo e Remo si fermò, salvando loro la vita. Secondo un’antica leggenda sembra addirittura che questa pianta non possa essere colpita dai fulmini.
La quarta tappa coinvolge un altro simbolo di eternità storica: il Marrone. Ci troviamo a Neviano degli Arduini, dove si erge questo castagno scelto per rappresentare il patrimonio culturale di un’area particolare: il Monte Fuso e la sua varietà, il Marrone di Campora. La leggenda vuole che sia stata Matilde di Canossa, attorno all’anno Mille, a diffondere questa cultivar per le sue qualità organolettiche, tanto che si è conservata fino ai giorni nostri. Nei secoli passati i suoi frutti erano esportati in Francia e in Spagna per deliziare le tavole nobiliari più prestigiose d’Europa. Nel 1913 si aggiudicò la medaglia d’oro come migliore marrone italiano. A inizio ‘900, una famiglia locale si era fatta immortalare ai piedi di questo marrone che appariva della stessa dimensione di oggi. Da un censimento eseguito agli inizi degli anni 2000, risultavano solo un migliaio di piante di questa varietà ancora esistenti e, oggi, sono certamente ad alto rischio d’estinzione. Il Marrone di Campora è usato in particolare per le caldarroste e altri preparati “nobili” come marron glacé, tortelli dolci o marroni sotto alcool.
La penultima tappa, ancora una volta a Neviano degli Arduini, ci porta verso un albero che ha una curiosa storia da raccontare: la Musona. C’era una volta una mela che voleva assomigliare ad una pera. Il desiderio era talmente vivido che alla fine essa è stata esaudita, con l’appellativo di Mela Musona. Il frutto è una mela, ma talmente allungata che ci si può facilmente confondere. È una varietà prelibata per il sapore, il profumo e la conservabilità. Oggi è quasi estinta, ma ne resta un bellissimo testimone a Malora di Campora a casa della famiglia Notari. Le mele un tempo erano riposte in cassette con la paglia nelle camere da letto, in quanto non essendo luoghi riscaldati la frutta si poteva conservare per tutto l’inverno. Inoltre, prima di sdraiarsi, si poteva controllare se c’erano delle mele avariate e toglierle prima che potessero far marcire tutta la cassetta. I meli sono una specie che non vive a lungo, dunque è assai raro trovarli sottoforma di piante secolari. Non sappiamo con esattezza quanti anni possa avere questo esemplare, ma possiamo azzardare che si avvicini, o forse superi, il secolo di vita.
La conclusione dell’itinerario, che completa il leggendario puzzle di memorie, è affidata al Grande Faggio, situato a Tizzano Val Parma. Nessun appellativo fu mai tanto azzeccato: in provincia di Parma, quando si nomina “il Grande Faggio”, si pensa subito al gigante di Tizzano che da oltre 300 anni custodisce i pascoli del versante occidentale del Monte Caio. Se possiamo ancora oggi ammirare questo monumento della natura lo dobbiamo a Don Antonio Valenti di Ballone, che nel 1910 lo salvò dal taglio ricompensando il proprietario che ne voleva fare del carbone. Un secolo or sono venne immortalato in una pubblicazione che già lo segnalava come albero da tutelare. Come possiamo oggi non proteggerlo? Abbracciamolo, per farci trasmettere un po’ della sua vigorosa energia. Chissà quante ne ha viste e quanti cinghiali si sono nutriti dai suoi frutti! Ma non solo: quando il cibo scarseggiava, dalle faggiole si estraeva l’olio per il consumo umano, che per alcuni sarebbe inferiore come qualità solo all’olio di oliva. Bisogna solo essere pazienti, perché inizia a produrre verso i 60 anni di età. Anche le foglie sono commestibili, un tempo usate per alimentare gli animali.
CONSIGLI
L’itinerario è semplice da percorrere in automobile, grazie a percorsi stradali sicuri e vicini a suggestivi centri abitati. Per ogni tappa, in particolare, si consiglia:
Indossa vestiti comodi, un cappello d’estate, porta con te un rifornimento d’acqua ed, eventualmente, pranzo al sacco.
Divertiti, armato di macchina fotografica, ad immortalare ricordi e a confrontarti con la maestosità di questi monumenti viventi.
Clicca sul link, situato nell’apposita sezione in alto, per consultare il percorso su Google Maps.